Patrimoniale sugli immobili arriva il no della Cgia: ce ne sono già 15

Patrimoniale sugli immobili arriva il no della Cgia ce ne sono già 15
Per la patrimoniale sugli immobili arriva il no della Cgia di Mestre, rischio tasse locali, bisogna ridurre la spesa corrente

Qualche giorno fa, un articolo pubblicato dal quotidiano capitolino Il Tempo, aveva lanciato l’allarme circa alcune segrete manovre del Governo a proposito di una nuova tassa patrimoniale sulla casa. In quell’occasione anche Confedilizia aveva avuto modo di intervenire chiedendo spiegazioni su questa possiilità che, ancora una volta, avrebbe appesantito gli italiani già piuttosto tartassati dalle tasse.

A smentire quanto prospettato dall’autorevole Pierluigi Bisignani, editorialista del quotidiano capitolino, ci pensò la Presidenza del Consiglio definendo l’indiscrezione come “illazione, che è stata alimentata da alcuni mezzi di informazione ed assolutamente infondata”.

A parlare, questa volta, è l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre che, in una nota, sostiene che sono già una quindicina le “tasse patrimoniali in Italia, e non ce n’è bisogno di altre, per mettere in sicurezza i conti pubblici, visto il forte rallentamento dell’economia italiana”.

L’associazione artigiana aggiunge: “Nel 2017 tra l’Imu, la Tasi, l’imposta di bollo, il bollo auto, abbiamo versato al fisco 45,7 miliardi di euro. Rispetto al 1990 il gettito riconducibile alle imposte di possesso sui nostri beni mobili, immobili e sugli investimenti finanziari in termini nominali è aumentato del 400 per cento, mentre l’inflazione è cresciuta del 92 per cento. In buona sostanza, in oltre 25 anni abbiamo subito una vera e propria stangata”.

Quasi la metà del gettito complessivo delle patrimoniale già esistenti (21,8 miliardi) è riconducibile all’applicazione dell’Imu/Tasi sulle seconde-terze case, sui capannoni, sui negozi e sulle botteghe artigiane.

Qualora fosse necessaria una manovra correttiva per far fronte alla crisi economica, spiega la Cgia, non è aumentando le tasse che si trova la soluzione, visto che entro la fine di quest’anno bisognerà trovare anche 23 miliardi di euro per evitare che dal primo gennaio 2020 scatti l’aumento dell’Iva. L’intervento costruttivo sarebbe una riduzione della spesa corrente, rivedendo da subito quelle ascrivibili a “quota 100” e al reddito di cittadinanza.

Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio Studi, commenta: “Nonostante i correttivi apportati in zona Cesarini con il maxiemendamento, la manovra di Bilancio del 2019 non ha introdotto quello shock fiscale che tutti si attendevano. Anzi, stando alle previsioni elaborate dal Ministero dell’Economia la pressione fiscale per l’anno in corso è destinata addirittura ad aumentare, dopo cinque anni in cui ciò non accadeva. Oltre a ciò, va segnalato che con la rimozione del blocco dei tributi locali prevista dalla manovra c’è il pericolo che torni ad aumentare anche il peso delle tasse locali che erano bloccate dal 2016. Senza contare che è necessario disinnescare le clausole di salvaguardia altrimenti dall’inizio del 2020 subiremo un aumento dell’Iva da far tremare i polsi”.

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