Mancato versamento della Tari: sanzioni e conseguenze per l’evasione fiscale

Mancato versamento della Tari sanzioni e conseguenze per l’evasione fiscale
Il mancato versamento della Tari (tassa sui rifiuti) è a tutti gli effetti evasione fiscale, le sanzioni previste e le conseguenze

La tassa sui rifiuti (Tari) è a tutti gli effetti un’imposta da pagare ed a riscuoterla sono i Comuni. L’omesso versamento viene considerato un’evasione fiscale che viene punita a termini di legge. Per quanto sia un’imposta non troppo amata dagli italiani, bisogna farsene una ragione: va pagata!

Può succedere che ci si dimentichi di pagare in toto oppure una sola rata, ed in questo caso si può ricorrere al ravvedimento operoso che consente di ottenere una riduzione delle sanzioni.

La Tari si paga con modello F24 o con bollettino di conto corrente postale al quale si applicano le disposizioni che regolano il Mod. F24 o tramite le altre modalità di pagamento offerte dai servizi elettronici di incasso e di pagamento interbancari e postali.

Il Comune stabilisce le scadenze di pagamento, di solito in due rate a scadenza semestrale. È comunque consentito il pagamento in un’unica soluzione entro il 16 giugno di ciascun anno. E’ importante sapere che dal giorno successivo alla scadenza dell’imposta scattano le sanzioni che vengono ridotte se il versamento avviene entro massimo un anno. Si può usufruire del ravvedimento operoso che consente di ridurre le sanzioni tanto prima si procede al pagamento.

L’omesso versamento della Tari non costituisce un reato se il debito rientra fino a 30mila euro; per importi superiori invece scatta il penale. Superare il tetto di 30mila euro è in realtà assai difficile: è molto più probabile che i periodi di imposta non versati cadano nel frattempo in prescrizione nei cinque anni. Se l’omesso versamento della Tari non supera 30mila euro, si commette un semplice illecito amministrativo che prevede sanzioni tributarie, vale a dire che dovrà essere versata, oltre all’imposta, la cosiddetta mora per il ritardo.

Il Comune non invia un accertamento fiscale al contribuente poiché l’importo da versare viene calcolato in base alla dichiarazione presentata dallo stesso contribuente. Solo quando c’è incertezza sugli importi evasi, il contribuente viene prima messo in condizione di fornire chiarimenti. Poiché invece la Tari viene determinata sulla base di un’autocertificazione, si passa subito la notifica della cartella esattoriale.

Dal ricevimento della cartella, il contribuente ha 60 giorni di tempo per decidere se pagare, fare opposizione oppure chiedere una dilazione. Scaduto tale termine, la cartella diventa definitiva.

La cartella di pagamento deve essere notificata obbligatoriamente entro:

  • 5 anni a partire dall’1 gennaio successivo a quando doveva avvenire il pagamento: in caso contrario, il debito è prescritto. Con la prescrizione il contribuente è libero dal pagamento ma deve prima impugnare la cartella tardiva davanti alla Commissione Tributaria Provinciale;
  • 3 anni da quando il Comune ha iscritto a ruolo non versato dal contribuente. In caso contrario interviene la decadenza e, come nel caso precedente, la cartella, se impugnata davanti alla CTP, non è più dovuta.

Il passo successivo, anche se non necessario, dell’agente della riscossione è il pignoramento. L’esattore potrà procedere a pignorare i beni dell’evasore come il conto corrente, il quinto dello stipendio o della pensione, i beni mobili in casa. Se il debito supera 20mila euro, è possibile l’ipoteca anche sulla casa prima casa. In aggiunta o in alternativa, l’esattore può procedere anche al fermo amministrativo dell’auto, impedendo così al proprietario di metterla in circolazione.

La cartella ha un termine di scadenza di 1 anno: per cui non è possibile procedere a pignoramenti se prima non viene notificata l’intimazione di pagamento. Anche quest’ultima ha una scadenza di 180 giorni, dopo i quali va rinnovata.

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