Quale scegliere tra tasso fisso e variabile: gli italiani scelgono il fisso

Quale scegliere tra tasso fisso e variabile gli italiani scelgono il fisso
Su quale scegliere tra tasso fisso e variabile se ne parla molto, la maggior parte degli italiani sceglie il fisso

Non è molto tempo fa che l’Associazione bancaria italiana (Abi) ha informato di un nuovo minimo storico dei tassi applicati dagli istituti di credito per le erogazioni di mutui per l’acquisto della casa.

Lo scorso maggio, infatti, il valore si è attestato sull’1,83 per cento a fronte dell’1,84 di aprile 2018, alla fine del 2007 era del 5,72 per cento. Nel rapporto, inoltre, l’Abi precisava che circa i due terzi dei nuovi mutui erogati sono a tasso fisso.

Come conferma Facile.it, il tasso fisso è ormai da diversi mesi il preferito delle famiglie italiane, anche se l’Euribor permane ancora in terreno negativo e, se si confrontano due mutui di pari importo e uguale durata, uno a tasso fisso e l’altro a tasso variabile, la rata mensile è nell’ultimo caso più leggera rispetto al fisso.

Il tasso variabile viene calcolato sommando lo spread della banca con l’indice Euribor che, con le sue oscillazioni, determina l’eventuale decremento o aumento delle rate. Mentre il tasso fisso si calcola aggiungendo allo spread applicato dalla banca il valore dell’Eurirs, parametro fisso che permette alle rate di mantenere un valore costante per tutta la durata del rimborso.

Quanto alla spiegazione se convenga maggiormente il tasso fisso o quello variabile, Facile.it spiega che il tasso variabile conviene se il piano di rientro ha durata breve, cinque o al massimo 10 anni. In caso contrario, è preferibile il tasso fisso, ora anch’esso su valori molto convenienti. I motivi sono svariati.

L’Euribor registra il segno negativo da alcuni anni ed è quindi prevedibile che in futuro salirà, seppure lentamente e non nell’immediato. Inoltre, la Bce ha annunciato la fine del quantitative easing, operazione lanciata per immettere liquidità nel canale bancario attraverso l’acquisto dei titoli di Stato, con l’obiettivo di sostenere l’economia e favorire il credito a famiglie ed imprese dei Paesi dell’Unione Europea. Secondo il presidente della Bce Mario Draghi, nulla accadrà almeno sino all’estate del 2019. La fine del quantitative easing non è dunque direttamente correlata con eventuali aumenti dei tassi, ma quando la ripresa sarà consolidata tale aumento sarà inevitabile.

Se subentrassero altri fattori che potrebbero portare verso l’alto lo spread Btp-Bund, il costo del denaro aumenterebbe con ripercussioni sui tassi. Per gennaio 2020 è prevista la riforma dell’indice Euribor che potrebbe influenzare il mercato dei mutui a tasso variabile.

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